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 Marzo 07, 2019  Territorio

Continuiamo la nostra storia sulle visite dei papi a Loreto con la figura di Giulio II. Il pontefice visitò il santuario una volta da cardinale e due volte da papa. Il suo nome era Giuliano della Rovere e nacque ad Albissola nel 1445, era nipote di papa Sisto IV. Il primo novembre 1503 fu eletto papa con il nome di Giulio II. Durante il suo pontificato promosse diverse imprese militari fra cui la cacciata dei francesi al grido “fuori i barbari“ che si realizzò nella vittoriosa battaglia di Ravenna del 1512. Fu un grande mecenate e questo lo portò a proteggere grandi artisti fra cui Michelangelo, Raffaello, Bramante. Fu lui a promuovere la costruzione della nuova basilica di S. Pietro e le straordinarie decorazioni delle stanze vaticane e della volta della cappella sistina. Fu anche un grande protettore dei letterati e per tutto questo è giudicato uno dei più insigni mecenati del Rinascimento. Indisse anche il Concilio Lateranense V del 1512 riaffermando il primato della Chiesa cattolica. Morì il 21 febbraio del 1513. La sua prima visita a Loreto fu nel 1487 da cardinale come inviato pontificio per questioni politiche. Nel 1510, il 7 settembre, arrivò a Loreto da pontefice, di passaggio in occasione di un impresa militare che si concluse poi con il vittorioso assedio della fortezza della Mirandola. Non entrò subito in santuario ma lo fece il giorno dopo, l’8 settembre, solennità della Natività di Maria impartendo la benedizione ad una immensa folla di pellegrini. Dopo aver celebrato la santa messa donò al santuario una preziosa croce d’argento dorata con la scritta “Giulio II, pontefice massimo, offrì in dono alla Madre di Dio, la Vergine lauretana, nell’anno 1510. Con questo segno vincerai”. Quest’ultima frase è il motto che l’imperatore Costantino lesse nell’apparizione di una croce alla vigilia del suo vittorioso scontro con Massenzio a ponte Milvio nel 312. Ritornò a Loreto l’11 giugno del 1511 donando un proiettile di bombarda che colpì il padiglione in cui si trovava durante un operazione militare uscendone indenne: ordinò che fosse appeso su una parete della santa casa dove tutt’ora si scorge sul lato sud. Papa Giulio II fu molto importante per la storia di Loreto: il 21 ottobre del 1507, nella famosa bolla “in sublimia“ troviamo il primo documento pontificio che esplicitamente identifica la santa casa di Loreto con la dimora terrena di Maria: “nella chiesa di Loreto si venera non solo l’immagine della beata Vergine, ma anche, come pienamente si crede ed è fama, la camera, ossia il talamo dove la stessa beatissima Vergine è stata concepita, è stata data alla luce, dove, salutata dall’angelo, concepì il Salvatore del mondo, dove allattò castissimamente lo stesso suo figlio…… dove mentre riposava pregando fu assunta da questo secolo malvagio alle altezze celesti. Tale casa i santi apostoli consacrarono a onore di Dio e della beata Vergine e ivi fu celebrata la prima messa“. Con la suddetta bolla papa Giulio II assoggettò il santuario di Loreto alla santa sede romana sotto l’egidia diretta dei pontefici, cambiando la storia di Loreto che da quel momento ne trasse grandi benefici spirituali, amministrativi e artistici. Infatti il 25 novembre del 1507 giunse notizia che il pontefice avrebbe inviato a Loreto il Bramante“ per disegnare molte opere..…. per risarcire le parti bisognose“, dato che il pontefice era deciso a realizzarvi “cose magne“ perché “le cose di Santa Maria di Loreto gli stavano molto a cuore“. Quindi possiamo affermare che fu grazie all’intuizione di questo pontefice e alle cose che avviò che oggi il santuario è lo scrigno d’arte che possiamo ammirare. Fonti tratte dal libro di Padre Giuseppe Santarelli “Personaggi d’autorità a Loreto“ edizioni Santa Casa

Marzo 09, 2019  Ricette

Ingredienti per 4 persone: 400 grammi di spaghetti senatore Cappelli di Carla Latini; 350 grammi di cime di rape (possibilmente le foglie più grandi); 150 grammi di caciotta biancolina dei monti sibillini; olio extravergine d'oliva.

Lessare le cime di rapa, toglierle dall'acqua, strizzarle e riporle in un contenitore dove poi condiremo la pasta. Buttare gli spaghetti nell'acqua, aggiungendo sale, dove abbiamo cotto le cime di rapa e portare a cottura. Nel frattempo che gli spaghetti cucinano, tagliare a cubetti la caciotta e metterli nel contenitore insieme alle cime di rapa quindi a cottura ultimata degli spaghetti scolarli e metterli nel contenitore delle cime di rapa e della caciotta. Aggiungiamo un filo di olio extravergine d'oliva e, se piace, peperoncino o pepe nero. Ricetta consigliata da Carla Latini nel suo sito "ricette di casa Latini"...... Buon appetito

Marzo 14, 2019  Ricette

Ingredienti per 4 persone: 400 gr di mezzi schiaffoni di Carla Latini; 70 gr di formaggio di fossa; 150 gr di ciauscolo possibilmente di Monterotti; un vasetto di panna da cucina.

Prendete una padella. dove poi salterete la pasta, mettete la panna e 40 gr di formaggio di fossa, possibilmente di Martarelli, sbriciolato e accendete il fuoco a fiamma bassa. Una volta che la panna accentua un leggero bollore spegnete il fuoco e aggiungete il ciauscolo sbriciolato. Cucinate i mezzi schiaffoni, scolateli al dente e aggiungeteli nella padella dove avete preparato il condimento; accendete il fuoco e saltateli per 30 secondi circa. Portateli in tavola ancora caldi aggiungendo una grattugiata del fossa avanzato: STREPITOSI!!!!..........BUON APPETITO

I prodotti che abbiamo usato per questa ricetta, di qualità assoluta ma dobbiamo trattarci bene, li trovate in vendita su questo sito. Noi abbiamo abbinato come vino un Bianchello del Metauro.... a noi l'abbinamento è piaciuto tanto....

Marzo 14, 2019  Territorio

Riprendiamo la storia sulle visite dei papi a Loreto. Tra il 1530 e 1533 abbiamo due visite di papa Clemente VII importanti perché sollecita la continuazione e la fine dei lavori del progetto del Bramante del rivestimento marmoreo della Santa Casa e fa effettuare una pulizia della selva e prosciugare e bonificare le paludi della val Musone per eliminare l’ aria malsana che danneggiava la popolazione e i pellegrini. Quindi tra il 1539 e il 1543 si contano tre visite di papa Paolo III ed è lui che istituì l’ ordine equestre dei Cavalieri Lauretani promossa nel 1545 allo scopo di difendere la Santa Casa e il suo tesoro da eventuali incursioni dei turchi che talora si affacciavano minacciosi nel mare Adriatico. Nel 1598 visita per due volte il santuario papa Clemente VIII che fra le altre cose fece costruire la Sala del Tesoro per raccogliere i doni d’ingente valore che numerosi arrivavano a Loreto da ogni parte d’Europa: l’opera fu realizzata dagli architetti Venturi, Oddi e Cavagna tra il 1599 e 1602. Nel 1604 ci fu un concorso per la decorazione della volta a carena che fu vinto da Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio. Informazioni tratte dal libro di Padre Giuseppe Santarelli “Personaggi d’ autorità a Loreto“.

Marzo 18, 2019  Territorio

….e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in maiolica di Casteldurante, antiche forme di inimitabile grazia ….. Tratto dal libro “Il piacere, libro primo“ di Gabriele D’annunzio. È così che vogliamo cominciare questo racconto sulla storia della ceramica di Casteldurante con questo scritto di Gabriele D’annunzio che la celebra in un periodo in cui la ceramica durantina era ridotta veramente a poca cosa ma, evidentemente, la grande fama che aveva accumulato nei secoli era rimasta intatta. La storia della ceramica durantina affonda le sue radici sin dal lontano 1200. Un primo salto di qualità lo troviamo dopo il 1400 dove si cominciano a fare manufatti con la tecnica, allora nuova, della maiolica: terracotta che veniva ricoperta di smalto stannifero. Verso il 1500 si afferma, prima in Italia e successivamente in tutta Europa, in tutta la sua grandezza l’arte dei ceramisti durantini. Probabilmente influenzata dalla bottega di Giovanni Santi, padre di Raffaello Sanzio, e dalla cultura che si respirava ad Urbino grazie al grande mecenate Federico da Montefeltro prima e dai Della Rovere poi ed infine dalla grandezza pittorica di Raffaello Sanzio. I ceramisti arricchiscono ed affinano le decorazioni fino a diventare famosi e ricercati in tutta Europa: è, infatti, in quel periodo che molti ceramisti lasciano Casteldurante per avviare laboratori in Italia e tutta Europa. Più di 150 ceramisti e oltre 40 forni di cottura erano presenti in quel periodo in città: è proprio in quel periodo che vengono inventati ed esaltati disegni e storie al massimo livello come, ad esempio, le decorazioni “a cerquate” in onore della famiglia Della Rovere, le grottesche prese ad ispirazione dalla pittura di Raffaello o l’istoriato, di cui diventano maestri insuperabili insieme ai ceramisti di Urbino e Pesaro, che raffigurava racconti mitologici o biblici in maniera unica fin nei minimi particolari. Presto pubblicheremo la seconda e ultima parte di questa affascinante storia.

Marzo 28, 2019  Territorio

….in questo articolo riprendiamo e finiamo la storia della ceramica durantina da dove l’avevamo lasciata. Siamo sempre nel 1500 nel massimo splendore di questa meravigliosa ceramica: colori incredibilmente brillanti e incredibilmente raffinati venivano usati per le decorazioni ed è a questo periodo che risale, per esempio, l’invenzione del bianco su bianco: meravigliosamente elegante e raffinato. Tanto grande era la fama di questi ceramisti che, ad esempio, i Della Rovere commissionarono a gran parte di loro una grande collezione che donarono al santuario di Loreto per una grande grazia che avevano ricevuto per intercessione della Vergine loretana: oggi parte di quella collezione è visibile al museo antico tesoro di Loreto. Purtroppo con l’estinzione dei Della Rovere, intorno alla metà del 1600, comincia un lento declino tanto che verso la metà del 1700 rimangono attive solo poche botteghe per la produzione, perlopiù, di oggetti di uso quotidiano. L’importanza, però, raggiunta nei secoli di massimo splendore è confermata tutt’oggi dalla presenza di lavori dei maestri ceramisti dell’epoca nei musei del Louvre, l’Ermitage di San Pietroburgo, il Metropolitan di New York o il Victoria & Albert museum di Londra dove è anche conservata l’opera del durantino Cipriano Piccolpasso che, appunto nel 1500, scrisse “ li tre libri dell’arte del vasaio” opera che parla approfonditamente dei segreti di questa arte. Dopo una piccola ripresa agli inizi del 1900 con la creazione anche di una scuola di ceramica oggi, purtroppo, troviamo attualmente attive solo due/tre laboratori. In questo sito potete ammirare, nella sezione dedicata all’artigianato artistico, la perfezione e la bravura di uno di questi laboratori che, con il loro talento, ci fanno rivivere lo splendore dei più bravi ceramisti del 1500: infatti i loro lavori li potete trovare nel book shop del museo del Louvre e del museo di Chartres oltre che all’emporium della Via Maestra a Loreto, pagina facebook “ Il bello delle Marche“, e in questo e-commerce.

Marzo 29, 2019  Ricette

Ingredienti per 4 persone: 4 rossi d’uovo + 2 uova intere; 4 cucchiai di zucchero; 4 cucchiai di amido di mais (o farina bianca tipo 0); ½ litro di latte –buccia di limone; un bicchierino di Anisetta; pane grattugiato –poca farina; olio di semi per friggere; in una pentola dai bordi alti mettere i rossi d’uovo, lo zucchero, l’amido di mais o la farina, una buccia di limone intera e l’Anisetta. Mescolare con una frusta in modo che non si formino grumi, poi mettere in pentola sul fuoco, fiamma bassa. Mescolare sempre nello stesso verso, da quando inizia un leggero bollore far cuocere per ancora 5/6 minuti facendo attenzione che non attacchi sul fondo. Versare la crema in piatto con bordi alto oleato, deve formare uno spessore di circa 2 cm. Lasciare raffreddare la crema, farla riposare in frigo per circa 4 ore. Su un foglio di carta da forno versare un pugno di farina e rovesciarci la crema. Con un coltello infarinato, tagliarla a cubetti di circa 2 cm, muovendo la carta in modo che i pezzi si infarinino senza rompersi. In una larga ciotola sbattere 2 uova e con delicatezza passarci dentro i pezzi di crema, muovendo il recipiente in modo che l’uovo bagni i cremini, rovesciare poi il tutto delicatamente in un colino. Sempre su un foglio di carta da forno versare un pugno di pane grattugiato molto sottile, passare sopra i cremini e impanarli. Versate pochi alla volta i cremini in una pentola dai bordi alti, in olio di semi e a fuoco medio, finché non diventano dorati, facendo molta attenzione che non si rompano. Scolarli e trasferirli in un vassoio. Volendo si possono cuocere mettendoli in una lastra da forno oleata e cuocerli a 180° per circa 15 minuti. BUON APPETITO

Aprile 11, 2019  Territorio

Il finocchio marino, nome scientifico crithmun maritimun, è un erba molto amata dagli anconetani che lo chiamano più familiarmente Paccasassi. Questa pianta cresce sulle dune sabbiose, rupi, scogliere frangiflutti, terreni rocciosi non troppi distanti dal mare e sulle barriere naturali che fronteggiano il mare sulla costa e tra le insenature. Oggi lo troviamo coltivato anche da qualche piccola azienda agricola che poi lo trasforma. I germogli e le foglie più giovani si raccolgono in primavera e in estate. Già nel 1572 troviamo notizie di questa erba: ne parla infatti Costanzo Felici, botanico e naturalista marchigiano del 1500, annotando l’uso di conservarla sotto sale e aceto. I marinai la chiamavano erba di San Pietro e la portavano soprattutto nei lunghi tragitti anche per le sue proprietà terapeutiche contro lo scorbuto e i calcoli renali. Ha un gusto molto fresco leggermente amarognolo e si abbina molto bene al pesce ma anche ai salumi come la mortadella, ottima anche sulla pizza bianca o con verdure. In questo sito la trovate in vasetti nella sua forma classica sott’olio ma anche in un pesto per primi piatti, in salsa per crostini, panini o bolliti, con la maionese e con la senape ……. Gli anconetani adorano i Paccasassi in tutte le sue forme …. e voi????

Aprile 18, 2019  Territorio

Forse molti di voi ammirando lo splendido rivestimento marmoreo che ricopre le pareti della Santa Casa progettato dal Bramante, giudicata una delle più importanti imprese plastiche del pieno Rinascimento italiano avranno notato nella fascia inferiore della parete est un iscrizione latina: fu voluta da Papa Clemente VIII in occasione del terzo centenario della traslazione della Santa Casa del 1595. Per i più affamati di conoscenza riportiamo la traduzione in italiano del testo voluto dal Papa: “pellegrino cristiano, che quì sei venuto per pietà o per voto, contempla la Santa Casa di Loreto, venerata in tutto il mondo per i divini misteri e per la gloria dei miracoli. Quì è venuta alla luce la santissima Madre di Dio, quì è stata salutata dall’angelo, quì l’eterno verbo di Dio si è fatto uomo. Gli angeli in un primo momento la trasportarono dalla Palestina nell’illirico, presso il castello di Tersatto, nell’anno di salvezza 1291, essendo sommo pontefice Nicolò IV. Dopo tre anni, all’inizio del pontificato di Bonifacio VIII, trasportata nel piceno, vicino alla città di Recanati, in una selva di questo colle. La stessa, per opera degli angeli, mutato per tre volte il sito nello spazio di un anno, fu’ traslata laddove finalmente fissò la sua sede per volere divino, trecento anni orsono. Da quel tempo, i popoli vicini furono presi d’ammirazione per sì stupenda novità ed in seguito, per la fama dei miracoli divulgata in largo e in lungo, questa Santa Casa ebbe grande venerazione da parte di tutte le genti. Le sue pareti, senza fondamenta, dopo tanti secoli permangono integre e stabili. Il Papa Clemente VII la rivestì con un ornamento marmoreo nell’anno del Signore 1534. Clemente VIII, pontefice massimo, ordinò che in questa lapide fosse scritta una breve storia dell’ammirevole traslazione nell’anno 1595. Antonio Maria Gallo, cardinale prete di Santa Romana Chiesa e vescovo di Osimo, protettore della Santa Casa, la fece eseguire. Tu, pio pellegrino, venera con devozione la Regina degli Angeli e la Madre delle Grazie, affinché per i suoi meriti e per la sua intercessione, tu possa conseguire dal Figlio dolcissimo, autore della vita, il perdono dei peccati, la salute del corpo e il gaudio eterno”.

Giugno 17, 2019  Territorio

Antico dolce contadino fatto a forma di lonza o salame ed è proprio dalla sua forma che prende il nome. E' un prodotto di antica tradizione campagnola che non mancava, anzi tutt'oggi è ancora presente in tante case, mai nelle abitazione dei contadini. Soprattutto nel periodo autunnale e invernale era un prodotto immancabile che si preparava per essere poi consumato tutto l'anno. Il lonzino di fico veniva preparato con questa ricetta: raccolti i fichi maturi venivano essiccati al forno e conservati fino alla raccolta delle noci, mandorle e nocciole. Una volta a disposizione tutti questi ingredienti si macinava il tutto finemente con aggiunta di sapa e semi di anice, in alcune case si aggiungeva anche un po' di mistrà o rum soprattutto in assenza della sapa. Una volta pronto il tutto veniva modellato a forma di lonza o di salame, rivestito con foglie di fico quindi legato con fili di lana ricavati da vecchie maglie; una volta veramente non veniva buttato niente e tutto poteva servire per fare qualsiasi cosa. E' un prodotto tipico soprattutto nella Vallesina anche se qualche notizia ci arriva anche da altri piccoli centri limitrofi a questa valle. Va conservato a temperatura ambiente ed è molto buono, oltre che come dessert, solo o con l'aggiunta di un po' di sapa o cioccolato, anche abbinato a formaggi pecorini semistagionati, come ad esempio cacio sopravvissano o un pecorino a latte crudo, o stagionati, come ad esempio il pecorino nero di grotta o il formaggio di fossa. Preso a colazione o merenda in mezzo a due fette di pane è un alimento sano, nutriente ed energetico ottimo per cominciare la giornata o per riprendere tonicità nel pomeriggio. Nel nostro store on line trovate in vendita il lonzino nella sua ricetta tradizionale: Buon appetito!!!!!

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